Vita senza punta – Le vere difficoltà del Napoli

Il Napoli, nell’ultimo ciclo fra le soste delle nazionali, ha fatto molta fatica, lo sappiamo. Quasi tutta è stata imputata alla mancanza di una “reale” prima punta dopo l’infortunio di Milik. Ma è veramente così semplice o c’è dell’altro?

Non sarà un articolo breve, in più ci saranno parecchi dati e link, quindi mettetevi comodi.

Il calcio è un gioco che tutti guardano e che tutti discutono, ma le sue minuzie tattiche non sono sempre di facile comprensione. Proviamo dunque a verificare se i problemi del Napoli siano davvero così semplici da descrivere nella sola mancanza di Milik.

Iniziamo proprio dalla base.

  • Nelle prime 13 partite dell’anno scorso, il Napoli totalizzò 28 punti (8 vittorie, 4 pareggi, 1 sconfitta), con 24 gol fatti e 8 subiti.
  • Medie/partita: 2.15 punti, 1.85 gol fatti, 0.62 gol subiti.
  • Nelle 10 partite giocate col 4-3-3 (le prime 3 furono giocate col 4-3-1-2 poi abbandonato), il Napoli fece 26 punti (8 vittorie e 2 pareggi), con 19 gol fatti e 2 subiti.
  • Medie/partita: 2.6 punti, 1.9 gol fatti, 0.2 gol subiti.
  • Quest’anno, su 13 giornate, il Napoli ha ottenuto 24 punti, con 23 gol fatti e 14 subiti.
  • Medie/partita: 1.85 punti, 1.77 gol fatti, 1.08 gol subiti.

Mi sento di poter dire con la massima tranquillità che nell’ottica stagionale, il problema non sia stato l’attacco. L’anno scorso 24 gol in 13 partite, quest’anno 23. La media dei gol realizzati è rimasta sostanzialmente la stessa in tutte e 3 le fasi: col 4-3-1-2, col 4-3-3 dell’anno scorso e col 4-3-3 di quest’anno. Letteralmente balla un solo gol di differenza, per rimettere a posto la media.

Dov’è la differenza? Sembra evidente: in difesa. Davanti i gol sono arrivati, ma dietro ci sono stati dei grossissimi problemi. Molti se ne sono dimenticati, ma Sarri cambiò modulo non per adeguarsi alla rosa a disposizione, non per segnare di più, ma per guadagnare più solidità in difesa. Dopo qualche settimana col modulo nuovo infatti disse:

Il nuovo modulo ci dà maggiore solidità, ma credo che faremo qualche gol in meno. In questa prima parte della stagione era fondamentale trovare una precisa identità di squadra, soprattutto in difesa.

Era logico: con Callejon ed Insigne che retrocedevano ai lati delle mezzali, c’era più solidità. Nelle prime 3 dell’anno scorso il Napoli fece 2 punti in 3 partite, segnando 5 gol ma incassandone 6. La riprova del fatto che il modulo fosse un cambiamento difensivo e non offensivo è arrivata a più riprese anche dalle parole di Sarri, che oltre alla citazione di sopra ha regalato nel tempo anche questa, dopo la primissima partita giocata col 4-3-3 sin dall’inizio:

Stasera ho visto tante cose positive, ma anche qualche controindicazione perché Higuain in questo modulo resta un po’ isolato.

Fa un po’ sorridere, a posteriori (vista la stagione avuta da Higuain e dal Napoli davanti), ma la sostanza è che Sarri fosse disposto a rinunciare a dei gol davanti, pur di avere solidità dietro.

E’ vero effettivamente che nelle prime 10 partite di campionato col 4-3-3 il Napoli poi fece 19 gol (in ritmo con quelli che già faceva), per subirne per solo 2 (da Lemina e Kalinic), accumulando clean sheet dietro clean sheet. Il Napoli non era tanto una macchina da gol, quanto una squadra solidissima dietro. L’ondata di gol arrivò solo a partire da metà dicembre (in particolare a partire dall’Atalanta il 20 dicembre), ma il primo posto temporaneo dell’anno scorso venne costruito principalmente sulla difesa: dall’adozione del 4-3-3 fino ad aprile 2016, solo 2 volte il Napoli in campionato ha subito più di 1 gol in una partita (a Bologna ad inizio dicembre ed a Genova con la Samp a fine gennaio, quest’ultima vinta lo stesso), mentre quest’anno è già successo 3 volte. In 8 delle prime 10 partite col 4-3-3 (e quindi 8 delle prime 13 totali), il Napoli ha trovato la clean sheet addirittura, contro le 4 partite su 13 di quest’anno. E’ indicativo che il Napoli quest’anno non abbia ancora vinto partite in cui ha segnato meno di 2 gol (l’anno scorso le vittorie per 1-0 erano già due a questo punto della stagione).

Stride incredibilmente essere passati dai 2 gol subiti in 10 partite ai 14 in 13 di quest’anno. Offensivamente, il Napoli di quest’anno segna come l’anno scorso, come detto, ma dietro prende molti più gol. Ma la nostra analisi non si può esaurire a questo, anche se abbiamo già un dato molto importante sul quale lavorare.

Dobbiamo anche dare un’occhiata al periodo con e senza Milik. Senza Milik, il Napoli in 6 partite ha segnato 9 gol (1.5 a partita), un calo piuttosto evidente in apparenza, ma in realtà è solo 1 gol meno della sua media stagionale in campionato (se avesse fatto due gol in più, ossia 11, avrebbe avuto una media più alta del resto della stagione). Insomma, l’assenza di Milik si è fatta sentire? Forse sì, ma il problema è che difensivamente la squadra non ha mai cambiato marcia, subendo 8 reti in queste stesse partite. E’ la solidità difensiva ad essere mancata: non siamo quelli dell’anno scorso dietro.

Da quanto visto, possiamo evincere che qualche piccolo problema ci sia anche davanti (siamo appunto scesi ad 1.5 gol a partita), quindi daremo uno sguardo anche lì, senza dimenticare che se il Napoli vorrà decollare, dovrà sistemare la difesa, anziché piangersi addosso per la punta o per la realizzazione, che fino ad oggi è stata un falso problema. La punta, rispetto all’anno scorso, è una foglia di fico, mentre nessuno sta osservando il vero (e teoricamente immotivato) crollo difensivo.

Le prestazioni del Napoli, iniziate ottimamente, hanno avuto un calo in apparenza con l’infortunio di Milik, come detto. Ma sempre come dimostrato, è la difesa ad aver causato i problemi più grossi. Anche offensivamente però bisogna rimarcare come in due delle ultime 3 partite di campionato prima dell’infortunio del centravanti (quindi quelle con Genoa ed Atalanta), il Napoli sia rimasto a secco di gol: nella terza (col Chievo) il titolare è stato Gabbiadini. Il calo di prestazioni c’era già stato anche offensivamente. Solo in apparenza è coinciso con l’infortunio di Milik.

L’Ultimo Uomo analizza il campionato attraverso gli Expected Goals. Sono molto utili e funzionano. Pensate che l’Atalanta fosse la quinta forza del campionato in xpG quando era sul fondo della classifica: la sua striscia calda era nell’aria e poteva essere prevista già il 5 ottobre, guardando qui.

Non è necessario notare appunto che il Napoli non abbia segnato gol negli ultimi 180′ in trasferta con Milik, per capire che i problemi di gioco fossero già presenti, ma ci basta ricorrere a questo pezzo, scritto durante la sosta (prima dell’Udinese, quindi), per capire un concetto fondamentale:

Il mistero di questa prima parte di campionato riguarda il Napoli, e più nel dettaglio la domanda è se riuscirà a rimettersi in carreggiata e risalire la classifica. Gli azzurri hanno rispettato le attese nelle prime 5 giornate, tenendo una differenza media a partita degli xG fatti e subiti di +0,8, non dissimile da quella della Roma (+1,1 xG). La flessione degli azzurri sembra essere iniziata prima dell’infortunio di Arek Milik e solo nelle ultime 4 giornate la loro prestazione è tornata al segno più: nelle prossime giornate si capirà se il Napoli riuscirà almeno a stabilizzarsi intorno a questa nuova media, comunque inferiore a quella tenuta ad inizio campionato e sotto ritmo anche rispetto al treno Scudetto… insomma non è detto che il Napoli sia fuori dalla corsa ma in questo momento deve giocare contro i numeri.

Il Napoli era partito forte come gioco, ancora prima che come gol fatti e concessi, per poi calare prima dell’infortunio di Milik, ossia a partire proprio dall’incontro col Genoa, quando il polacco c’era ancora. Il periodo negativo come gioco è durato fino a Crotone. Da lì in poi gli azzurri hanno ricominciato a produrre più degli avversari. Non è un caso che siano arrivate 2 vittorie, un pareggio ed una sconfitta con la Juventus (in cui il Napoli ha avuto più xpG dell’avversario).

Voler necessariamente sovrapporre l’infortunio di Milik col calo di prestazioni è una semplificazione narrativa, ma anche una forzatura rispetto a quanto prodotto dal Napoli sul campo. Non voglio assolutamente dire che la squadra non abbia risentito del suo infortunio o della sua assenza: quello è ovvio. Asserire però che il periodo di appannamento sia dovuto a quello equivale ad ignorare il calo antecedente all’infortunio ed i problemi difensivi.

E’ chiaro comunque che sia più facile semplicemente gridare all’assenza della punta, anziché fermarsi a pensare se il problema sia tutto lì.

Premesso tutto ciò, dobbiamo a questo punto andare a scoprire come eliminare (se possibile) tutti questi gol subiti e se ci sia stato qualche aspetto tattico che abbia contribuito a ridurre l’output offensivo della squadra in quel periodo (che è andato dal Genoa alla Roma), con o senza Milik.

Per prima cosa dobbiamo chiederci: come gioca il Napoli?

 

E’ il concetto, non il modulo

 

Sarri ha detto esplicitamente che chi parla di moduli, non capisce niente di calcio. E’ ovviamente una provocazione, visto che come dimostrato sopra, lui è il primo a parlare di moduli. Detto ciò, dal suo punto di vista, è estremamente vero che focalizzarsi sul modulo equivalga a perdere il filo del discorso. Sarri non è uno che allena un modulo, bensì allena un concetto di squadra. Cosa si intende?

La squadra deve essere sempre stretta e corta, compatta. Deve mantenere distanze brevi fra i reparti, sia in orizzontale che in verticale e giocare quasi in un “fazzoletto”. Il modulo è un concetto secondario, o per meglio dire è un mezzo per arrivare al fine.

L’anno scorso, quando è passato al 4-3-3, inizialmente non faceva altro che giocare col 4-2-3-1 di Benitez, con Hamsik che partiva più basso (appena più avanti degli altri due centrocampisti) e spostato sulla sinistra, ma gradualmente e col tempo, è diventato una mezzala autentica e la squadra si è compattata sempre di più, stringendosi ed accorciandosi fra i reparti, con un’identità attuale molto diversa dal Napoli di Benitez. Quando il Napoli di Sarri è al top, tutti si muovono come un’unica unità. Lo fanno in relazione alla posizione della palla, quindi se la palla (per dire) si muove di 10 metri verso destra, altrettanto fanno tutti i giocatori, scalando.

Ci sono tantissimi meccanismi rigidi ai quali aderire, tantissime situazioni prefissate che prevedono un comportamento sempre uguale anche da parte di chi non ha il pallone. Se questo comportamento non viene tenuto da tutti, il portatore di palla finisce nei guai perché gli mancano gli scarichi. In compenso, in una situazione “normale”, si può giocare anche alla cieca ed a memoria.

In ogni momento, il giocatore in possesso di palla diventa il vertice di diversi potenziali triangoli. Ipotizziamo ad esempio che Ghoulam abbia il pallone più o meno all’altezza della metà campo, vicino alla fascia. Si creeranno diversi triangoli “primari”: Insigne (o Mertens) si proporrà lungo la fascia, Hamsik verrà incontro da mezzala sinistra e Koulibaly accorcerà da dietro, per ripartire se non ci sono spazi. I triangoli quindi sono Ghoulam-Insigne-Hamsik o Ghoulam-Koulibaly-Hamsik. Se questi appoggi dovessero venire meno, perché marcati o con le linee di passaggio intasate, ci saranno anche altri 3 appoggi secondari con un passaggio più lungo: la punta centrale verrà incontro, così come lo farà Diawara (o Jorginho), che accorcerà dalla posizione di centromediano, ed infine ci sarà anche Reina per ripartire da dietro. Nel gioco di Sarri non è invece (quasi) mai previsto il cambio di gioco, quindi Callejon, Allan e Hysaj devono stringere la squadra per tenere le distanze, ma quasi mai verranno chiamati in causa da un lancio orizzontale di Ghoulam.

L’unica situazione in cui c’è un cambio di gioco molto relativo è quando Insigne taglia verso il centro palla al piede, occupando il mezzo spazio sinistro, e gioca un filtrante o un pallonetto in diagonale per il taglio senza palla di Callejon, ma si tratta in genere di una giocata per andare alla conclusione, a fine manovra.

Quando quelle situazioni di triangolo vengono formate coi tempi giusti, si può giocare in velocità, con uno o due appoggi e con automatismi riconosciuti perché provati e riprovati in allenamento, sempre palla a terra.

Certi concetti sono molto rigidi e non possono essere spiegati dal semplice modulo. Ad esempio, anche il Milan ed il Sassuolo utilizzano il 4-3-3, ma è molto diverso. Nel gioco del Sassuolo, le punte in fase di possesso devono tutte attaccare la porta e l’obiettivo del gioco è la ricerca della profondità. Nel Napoli invece sono le punte esterne a dare ampiezza, mentre le mezzali attaccano l’half-space (Hamsik è bravissimo a farlo). Quando arriva il terzino a sovrapporsi, anche le punte esterne convergono verso l’half-space (a volte dietro la mezzala che si inserisce come nel link di sopra, a volte davanti, per poter dialogare nello stretto) liberando lo spazio per arrivare sul fondo o per andare alla conclusione o all’assist dal mezzo spazio. Il Napoli è probabilmente la squadra italiana che maggiormente attacca gli half-space e Hamsik ha realizzato un paio di gol molto belli penetrando in quella zona per andare a calciare in porta col sinistro (uno è linkato sopra, come detto). Ma anche il primo gol di Insigne contro l’Udinese è stato generato da un attacco di Callejon all’half-space, in profondità.

Le mezzali non devono mai allargarsi troppo, ma sempre mantenersi relativamente strette per fornire un muro centrale difficile da superare in ripartenza, e per poter sempre mantenere il possesso palla per cui è ormai famoso il Napoli di Sarri.

Ad esempio, pensate quando si riparte dal calcio di rinvio: come si sistema il Napoli di Sarri? Koulibaly ed Albiol si allargano e Jorginho (o Diawara) si abbassa, creando una difesa sostanzialmente a 3. I terzini salgono a lato delle mezzali che rimangono strette e la squadra si dispone con un 3-4-3. Reina ripartirà sempre da Jorginho se potrà, alternativamente servirà Albiol o Koulibaly. Se sono tutti e 3 marcati, ripartirà con un pallone preciso giocato verso uno dei terzini (preferibilmente Ghoulam, che è anche alto abbastanza da vincere un eventuale duello aereo). In quella zona di campo, anche un pallone perso fa meno male. Più raramente giocherà un lancio lungo direttamente sulla punta o centralmente, a meno di non poter trovare un compagno completamente smarcato.

Anche Milan e Sassuolo ripartono spesso col 3-4-3, ma per esempio in Sampdoria-Sassuolo, per i neroverdi Gazzola saliva a destra (come fa Hysaj), ma nessuno si abbassava centralmente, ed era la mezzala sinistra Pellegrini ad allargarsi dove nel Napoli va Ghoulam. Anche il Milan ultimamente fa una cosa simile con Abate che sale nel 3-4-3 del possesso a tratti.

Insomma, il Napoli in certe fasi di gioco si schiera anche col 3-4-3, in altre fasi passa al 4-1-2-3 (col centromediano che si abbassa), ma rimane sempre fedele al suo concetto di base: squadra stretta, corta, impenetrabile al centro, con situazioni di triangolo giocate a memoria (la percentuale di passaggi riusciti è sempre alta anche per questo: sono passaggi brevi, provati e riprovati) e controllo del campo. Per questo, come dice Sarri, parlare di moduli è superfluo, visto che nel corso della partita può cambiare a seconda della situazione di gioco, ma quello che è veramente immutabile è il concetto.

 

Filosofi e speculatori

 

Ci sono fondamentalmente due tipi di allenatori: quelli che credono nell’imporre il proprio gioco e quelli che invece si adattano all’avversario. I primi sono più facili da identificare: usano quasi sempre lo stesso modulo (magari con variazioni molto leggere) ed hanno filosofie chiarissime. I secondi invece sanno adattarsi in base alla rosa a disposizione ed all’avversario. Fra i primi ci sono personaggi da leggenda, in certi casi, ma quasi sempre gente testarda.

Attenzione: imporre il proprio gioco non equivale a tenere palla o attaccare. Ci sono quelli, come Mazzarri, che decidono di tenere “bassa” la squadra perché amano le ripartenze veloci negli spazi. Si impongono difendendo bassi in maniera organizzata per stanare l’avversario. Fino ad inizio anni ’90 molte italiane vincevano in Europa “imponendo” il catenaccio. Erano più forti, ma facevano della difesa la propria forza, quindi lasciavano volutamente che l’avversario si scoprisse per poi punirlo in contropiede.

Chi sono allora alcuni di questi allenatori filosofi? Uno è certamente Sarri. Crede nel tenere la squadra corta e stretta e creare triangoli, controllare il centro del campo ed il possesso palla. Arrigo Sacchi ed il suo 4-4-2 e la sua zona sono così. Ma ne possiamo elencare tanti: Mazzarri, come detto, crede nel proprio sistema (e chiede giocatori, anche magari mediocri, ma perfettamente adattabili a quel sistema). In genere sono allenatori che preferiscono mettere Savicevic ala o Gabbiadini centravanti anziché cambiare modulo per mettere i giocatori a proprio agio, perché il loro credo vale più degli uomini a disposizione. Non è detto però che il modulo debba essere immutabile, come detto: è il concetto ad esserlo.

Rafa Benitez per esempio, anche se in carriera ha cambiato vari moduli (e l’ha fatto anche a Napoli: quando dietro Higuain giocava Hamsik, era un 4-2-3-1, mentre quando ci giocava Gabbiadini era un 4-2-4 o 4-4-2), rientra in questa categoria per la volontà di dare un gioco arioso in fase offensiva. Negli ultimi anni ha puntato soprattutto su questo, mentre ad inizio carriera puntava tutto sull’organizzazione difensiva. E’ stato quindi mutevole, ma non di partita in partita, bensì di stagione in stagione. Non è un caso che abbia saputo rinnovarsi e vincere letteralmente tutto ciò che un allenatore di club possa vincere: unire una solida filosofia ad un discreto spirito adattamento è il miglior modo per evolvere e trionfare.

Ci sono anche dei famosi perdenti, come Zdenek Zeman, capace però di suscitare un seguito quasi religioso. Attualmente potremmo inserirci Di Francesco, probabilmente. Questa citazione del tecnico del Sassuolo dice veramente tutto:

Se subentrassi a stagione in corso mi adatterei. Però se una squadra mi sceglie sa che cosa mi piace, quindi dovrà sposare il mio modo di giocare. Il 4-3-3 ha un solo problema: fai fatica ad andare a marcare il play avversario. Per il resto, è spettacolare. Io in allenamento non lavoro mai su un secondo sistema di gioco.

I filosofi pensano a perfezionare il proprio stile maniacalmente e raramente lavorano su secondi sistemi o su alternative tattiche. In Atalanta-Napoli Sarri nel finale ha buttato dentro Gabbiadini per metterlo accanto a Milik per la prima volta nella stagione ed alla fine le sue parole erano quasi di sdegno per ciò che aveva fatto, ripromettendosi di non farlo più e tenendoci a chiarire che non fosse qualcosa su cui ha mai pensato di lavorare per il futuro:

E’ stata una mossa dettata dalla disperazione, e’ un calcio che non mi piace e noi siamo poco adatti a farlo […] cosi’ abbiamo perso anche negli automatismi.

Nelle citazioni di Di Francesco e Sarri si vede come questi tecnici non siano e non saranno disposti a variare i propri sistemi, se non per disperazione, temporaneamente e turandosi il naso. Se hanno la facoltà di scelta, impongono la propria filosofia e basta. Perdere gli automatismi è un peccato cardinale.

Dall’altro lato dello schieramento ci sono quelli che invece si adattano alla rosa. Spalletti per esempio è partito col 4-3-3, ma siccome gli hanno venduto tutti i centrocampisti (ne sono rimasti 4 in tutta la rosa) è passato presto al 4-2-3-1, poi in alcune partite ha impiegato la difesa a 3 per affrontare meglio l’avversario (su questo torneremo). Idem Allegri o Paulo Sousa, che a seconda dei momenti di forma dei propri giocatori, degli infortuni e dell’avversario, alternano difese a 3 o a 4. Camaleonti.

I filosofi pensano in primis in maniera proattiva al gioco della propria squadra. Gli speculatori pensano prima a come annullare l’avversario e giocare sui suoi difetti. Il gioco dei primi è quasi sempre più piacevole di quello dei secondi visto che si basa sulla creazione anziché sulla distruzione, ma non è necessariamente più vincente. I vincenti si trovano in entrambi gli schieramenti, così come i perdenti, anche se non c’è dubbio che la prima categoria fornisca più icone (proprio perché facilmente identificabili per come gioca la squadra). L’unica cosa da capire è che mentre i secondi sono completamente malleabili ad ogni situazione, modulo o stile, i primi potranno variare i moduli, ma non tradiranno la propria fede.

Il problema pertanto non è eventualmente cambiare il modulo, bensì cambiare il concetto di gioco. Col 4-3-1-2 ad esempio il concetto per Sarri sarebbe lo stesso (ma con un modulo inadatto alle caratteristiche dei giocatori).

Quali sono dunque i punti deboli del 4-3-3 di Sarri e del suo concetto di gioco?

 

Attacco

 

Offensivamente, la ricerca ossessiva dei triangoli e degli attacchi al mezzo spazio porta ad un gioco molto spettacolare quando la squadra è fresca e lucida e tutti si muovono coi tempi giusti. Ma quando l’avversario riesce ad intasare le linee di passaggio o appunto l’half-space di cui parliamo, la manovra finisce per rallentare e spesso deve allargarsi in maniera non congeniale e prevedibile. Spesso, per il Napoli, concludere la manovra con un cross alto da situazione statica è una sconfitta. Con la presenza di Milik questa “sconfitta” non si nota, perché il polacco è in grado di vincere parecchi duelli aerei e risolvere molti problemi da solo, ma non è quello lo sbocco primario del Napoli.

Con l’assenza di Milik si nota di più, ma molti si sono dimenticati che anche con Higuain, il Napoli non otteneva quasi niente dai cross alti laterali (diversi sono i cross bassi, frutto di combinazioni veloci palla a terra). L’anno scorso, Higuain concludeva verso la porta 5.2 volte a partite: solo 0.4 di testa, mentre il resto era di piede dopo un’azione palla a terra. L’argentino ha segnato 36 gol l’anno scorso in Serie A e solo 4 di testa (uno su corner, peraltro), quindi avere un centravanti forte di testa e con una taglia notevole non è mai stata una necessità per Sarri, che predilige uno in grado di dialogare coi compagni e fare i movimenti giusti. Poi è chiaro, quando hai Milik ne godi, ma il problema del Napoli è prima nel gioco e poi nell’abilità aerea o nella stazza del centravanti.

Di nuovo: non è che con Mertens al posto di Milik vada tutto bene, anche perché non ci si inventa centravanti dall’oggi al domani. Ma i problemi offensivi sono più imputabili al gioco che al centravanti vero e proprio, tanto è vero che avere Milik a disposizione con Genoa ed Atalanta non ha risolto nulla. Cos’è successo col Genoa?

Banalmente, è stata la prima partita dell’anno contro la difesa a 3. Quello del Genoa è un 3-5-2. E’ uno schema che intasa gli half-space, difensivamente. Due dei tre difensori centrali si posizionano proprio lì, e lo stesso fanno le mezzali in transizione difensiva. Il Napoli attacca il mezzo spazio fra terzino e centrale nelle difese a 4 e sfonda spessissimo. Ma quando affronta quel modulo, Hamsik viene sempre seguito ed i tagli interni di Insigne e Callejon vengono raddoppiati. La soluzione è andare sul fondo, ma poi sul cross la punta centrale (anche se è Milik) è spesso troppo sola (come diceva Sarri nella famosa frase che ho citato ad inizio pezzo) e viene raddoppiata.

Il 3-5-2 offre un pacchetto di 6 uomini al centro. E’ molto battibile sulle fasce, con sovrapposizioni che consentono di andare sul fondo, ma non è quello il gioco del Napoli ed anche quando ci riesce, come detto, non porta sufficienti uomini in area per essere pericoloso. Dopo aver affrontato la difesa a 4 del Chievo, è toccato di nuovo ad un 3-5-2, quello dell’Atalanta: stessa storia e stessi spazi intasati. Il Napoli fatica a produrre gioco, fatica a dare intensità e non trova sbocchi alla manovra contro certe squadre. La chiave, in particolare, è la difesa a 3 che consente di avere un uomo nel punto dove penetra più agevolmente il Napoli.

Dopo l’infortunio di Milik, la squadra ha affrontato la Roma. Spalletti fino a quel punto aveva sempre usato il 4-3-3 o il 4-2-3-1, ma come detto prima, è un allenatore non dogmatico, ma adattabile. Contro il Napoli ha presentato, l’avete indovinato, una bella difesa a 3, a sorpresa. La squadra era annunciata col 4-2-3-1, ma all’atto dei fatti, cliccando qui vedrete come abbia finito per giocare. Spalletti ha giocato sulle debolezze di Sarri e lo ha annichilito tatticamente.

Dopo le parentesi di Crotone ed Empoli, che difendono a 4, il Napoli ha trovato la Juventus, ossia altra difesa a 3. La Juve, anche dopo l’uscita di Chiellini per infortunio, è rimasta a 3 dietro spostando lì Lichtsteiner (un terzino), che quindi riusciva a seguire anche meglio l’attacco della punta esterna al mezzo spazio (una volta però Insigne è sfuggito ed è riuscito a servire Callejon per il gol). La Lazio? Altra partita poco brillante ed altra squadra che di solito difende a 4, ma che quel giorno si è messa a 3 dietro, con Basta “alla Lichtsteiner”. Chiaramente gli allenatori avversari hanno studiato Sarri e sanno che la difesa a 3, specie se gestita in un certo modo, mette in grosse difficoltà il Napoli.

Con l’Udinese forse c’è stata una svolta: i friulani difendono a 3 e dopo il “solito” primo tempo improduttivo, il Napoli è riuscito a sfruttare gli half-space ed ha attaccato meglio ad inizio ripresa, con un Insigne molto efficace (il primo gol è arrivato da un attacco all’half-space di Callejon con assist centrale per Insigne). E’ stata una partita chiave: bisogna vedere se una rondine non faccia primavera o se il Napoli abbia trovato la chiave di volta per attaccare le difese a 3. Come hanno dimostrato Roma e Lazio, le avversarie hanno capito come annullare o almeno limitare il gioco di Sarri (meglio parlare di limitazioni, visto che comunque il tasso tecnico per risolverla è sempre presente in rosa).

Quest’anno in campionato contro le difese a 4: 18 gol in 7 partite (2.57 a partita), con 6 vittorie ed un pareggio, mai meno di 2 gol segnati.

Quest’anno contro le difese a 3: 5 gol in 6 partite (0.83 a partita), con 1 vittoria (con l’Udinese), 2 pareggi e 3 sconfitte. Solo una volta più di 1 gol segnato (con l’Udinese appunto), due volte a secco.

Qui dovrebbe arrivare quello che dice “beh, ma Higuain queste te le risolveva”. Ma anche no. Higuain era eccezionale nel finalizzare il gioco del Napoli, quando il gioco del Napoli c’era. Come detto, non ha quasi mai sfruttato i cross alti dal fondo l’anno scorso. Ma possiamo anche andare a vedere come sia andato il Napoli contro le difese a 3 nella scorsa stagione.

L’anno scorso il Napoli ha affrontato 29 volte la difesa a 4 e 9 volte la difesa a 3. Com’è andata?

  • Il Napoli ha realizzato 69 gol nelle 29 partite contro le difese a 4 (2.38 gol a partita).
  • Il Napoli ha realizzato 11 gol nelle 9 partite contro le difese a 3 (1.22 gol a partita).
  • Solo 3 volte il Napoli è rimasto a secco su 29 partite contro le difese a 4 (due volte con la Roma, una volta con l’Inter).
  • E’ rimasto a secco 3 volte anche contro le difese a 3, ma su 11 partite (con Carpi, Genoa e Juventus al ritorno).
  • Non ha segnato gol su azione al Carpi in 180′. Solo uno su rigore, ottenuto da azione di calcio d’angolo.
  • Solo col Genoa al ritorno ha fatto più di 2 gol ad una difesa a 3. E quella partita era sull’1-1 all’84°. E’ stata decisa da un gol di Higuain e poi da un gol in contropiede nel recupero viziato da fuorigioco.
  • Ben 11 volte su 29 partite, il Napoli ha fatto più di 2 gol ad una difesa a 4: 1 volta 6 gol, 3 volte 5, 3 volte 4 e 4 volte 3 gol.
  • Higuain ha deciso solo la partita col Genoa appena citata, più quella dell’andata con la Fiorentina. Per il resto, contro le difese a 3 o non ha segnato o i suoi gol non sono stati decisivi.
  • Ad onor di cronaca, ricordo come la Juventus giocò l’andata proprio con una difesa a 4.

Insomma, il problema del Napoli sembra essere quello di attaccare le difese a 3 costruite in un certo modo. Quest’anno ne sta affrontando di più e sono piuttosto sicuro che altre squadre seguiranno la traccia delle romane, alterando il proprio sistema per affrontare meglio gli azzurri.

Perché si affrontano più difese a 3 quest’anno (già 6 in 13 giornate, contro le 9 su 38 dell’anno scorso)? Beh, l’anno scorso c’è stata parecchia fortuna nell’affrontarle così poco: la Juventus, la Fiorentina ed il Carpi, che la adottano quasi sempre, non hanno potuto impiegarla in una dei due incontri. In più le squadre non sapevano che il Napoli soffrisse quel sistema. Quest’anno lo sanno, quindi non solo affronteremo le squadre che la usano di norma (come Genoa, Atalanta, Udinese, Juventus, ecc), ma anche quelle come Roma e Lazio, allenate da tecnici speculatori, che la prepareranno appositamente per noi.

Sicuramente non aiuta aver perso Higuain e poi Milik. Altrettanto sicuramente la narrativa del “manca una punta” e “non c’è più Higuain che le risolve” sembra sempre più limitata, guardando i semplici dati ed i fatti. Ci tengo a ripeterlo: non aiuta di certo, averli persi. Ma i problemi c’erano già l’anno scorso e si sono ripresentati quest’anno, con ulteriore vigore. Se il Napoli vuole crescere, deve imparare ad affrontare le difese a 3 come fa con quelle a 4.

Potrebbe cambiare modulo? Certo. Ha gli uomini ideali per il 4-2-3-1 o ancora meglio per il 4-4-2. Pensateci: Insigne e Callejon sono bravi a fare gli esterni e sanno anche rientrare. Diawara, Allan, Rog e Zielinski hanno tutti le caratteristiche per giocare centrali in quel sistema (Rog e Zielinski lo fanno ancora oggi in nazionale). Per la difesa cambia poco e ci sarebbero sfondamenti e sovrapposizioni sulle fasce. Gabbiadini potrebbe giocare da seconda punta e l’unico sacrificato sarebbe Mertens, che però non essendo da solo al centro dell’area potrebbe sfruttare la propria agilità per attaccare il proprio palo o incunearsi in uno contro uno, mentre Gabbiadini e magari l’ala del lato debole tengono in apprensione la difesa.

Ma Sarri queste cose le sa. Perché allora non applica questo cambiamento? Come dicevamo prima: perché dovrebbe venire meno al suo Credo, alla sua Fede. Non è questione di moduli, ma il 4-4-2 funziona solo se aperto, arioso, come ama Benitez in un certo senso. Il Napoli guadagnerebbe in ampiezza, ma è un controsenso, visto che Sarri vuole la squadra corta, stretta, compatta. In transizione difensiva ci sarebbero solo 2 uomini a schermare la difesa anziché 3 (e se uno dei centrali si sgancia, resta solo l’altro in protezione, anziché il centromediano più una mezzala come succede ora). Sarebbe più difficile controllare il gioco a centrocampo e ci sarebbe meno solidità in fase difensiva. Sono cose alle quali Sarri non vuole rinunciare, perché la sua filosofia vale più dello scacco tattico agli avversari. Il risultato, per ora, è che il Napoli faccia una fatica bestiale ad attaccare determinate difese e che lui non abbia trovato contromosse.

E’ comprensibile non voler rinunciare al proprio credo (anche se altri lo fanno con profitto). Ma bisogna trovare alternative, altrimenti si diventa proprio come Arrigo Sacchi: meraviglioso e spettacolare per qualche tempo, disinnescato, senza un piano B e senza alternative una volta che hanno capito come affrontarlo. Sacchi rimane una leggenda del calcio per la sua innovazione, ma poi si è fermato lì. In fondo, ciò che separa i filosofi vincenti a lungo termine da quelli che sono rimasti icone o vincenti solo nel breve termine è proprio l’abilità di trovare alternative tattiche anche senza rinunciare alla propria filosofia.

L’esempio di Gabbiadini con Benitez è ciò a cui mi riferisco. Manolo ha fornito un’alternativa tattica preziosa, in quei pochi mesi con Benitez, senza che il tecnico spagnolo abbia dovuto rinunciare al proprio credo di spaziature e meccanismi offensivi. Sarri si troverà presto ad un bivio: o rinuncia al suo credo in alcune partite, o trova una soluzione estemporanea (interna al suo gioco) contro le difese a 3. Accettare certi limiti passivamente o limitarsi a sperare che qualcuno risolva quelle partite non è produttivo. Sia perché come mostrato sopra, lo stesso Higuain ne ha risolte solo 2 tutto l’anno scorso (ed era Higuain, non Zaza o Pavoletti, con tutto il rispetto), sia perché le avversarie si sono accorte di questo punto debole, ormai. Di sicuro Sarri non può rimanere fermo e nascondersi dietro alibi come l’assenza della punta: i problemi non sono nati con l’infortunio di Milik, checché se ne voglia pensare. Al massimo sono stati acuiti, ma i difetti c’erano già ed erano senza soluzione già prima.

 

Difesa

 

Difensivamente, il Napoli, essendo sempre corto e stretto, forma una specie di muro centrale invalicabile, ancora di più adesso che c’è Diawara al posto di Jorginho: Amadou è fortissimo non solo in costruzione ma anche in interdizione e gli spazi vengono intasati. Ci sono troppi uomini per sfondare il Napoli centralmente e di solito le squadre da quelle posizioni tendono a non essere troppo pericolose, a meno di un errore individuale.

Il punto debole strutturale è uno solo, ma colossale. O se preferite, è colossale, ma è uno solo: la squadra è sempre molto esposta e vulnerabile ai cambi di gioco repentini una volta che viene superata la prima linea del pressing. Perché succede? Perché ovviamente se la palla è sulla destra difensiva e la squadra deve rimanere stretta, Ghoulam va a fare quasi il difensore centrale, lasciando sguarnita la fascia. Insigne (o Mertens) deve scalare fino quasi a fare il terzino, ma un cambio di gioco rapido non gli darà mai il tempo di arrivare in posizione. Col Besiktas all’andata, questo difetto è stato mostrato più e più volte.

Perché Sarri consegna un tale buco difensivo in mano agli avversari? Beh, perché accetta di avere questo difetto in cambio dei pregi che la squadra corta e compatta gli offre. La prima linea di pressing è difficile da superare ed è quasi impossibile costruire gioco contro il Napoli nello stretto. Centralmente la squadra è inattaccabile e soprattutto sono pochissime le squadre ed i giocatori in grado di giocare cambi di gioco veloci, con la giusta qualità ed i giusti tempi. Basta un passaggio un filo lento o impreciso e tutta la squadra scala sull’altro lato a protezione della difesa. Servono davvero rasoiate chirurgiche per fare del male al Napoli. Detto ciò, se la rasoiata arriva, il Napoli è esposto con praterie a disposizione degli avversari.

Ma quindi le squadre avversarie, nel segnare tanti gol, sono riuscite a sfruttare questa mancanza difensiva del Napoli? Andiamo a controllare come siano arrivati gli ultimi 10 gol subiti in campionato:

  1. Col Bologna: tiro velleitario da lontanissimo di Verdi, con papera di Reina.
  2. Con l’Atalanta: azione di transizione, Koulibaly salta a vuoto sul cross, rimpallo su Ghoulam e Petagna mette dentro da vicino.
  3. Con la Roma: Koulibaly perde palla contro Salah, che serve Dzeko che segna.
  4. Con la Roma: calcio di punizione laterale.
  5. Con la Roma: contropiede a partita quasi finita (col Napoli sbilanciato per recuperare).
  6. Col Crotone: calcio di punizione laterale.
  7. Con la Juventus: rinvio svirgolato di Ghoulam da azione di corner, serve Bonucci solo sul dischetto del rigore.
  8. Con la Juventus: rinvio centrale di Ghoulam, con Allan che si ferma anziché seguire Higuain e coprire lo spazio davanti alla difesa.
  9. Con la Lazio: squadra disattenta dal calcio d’inizio dopo aver segnato, fa arrivare Keita in area, poi Reina fa una papera sul tiro.
  10. Con l’Udinese: corner.

Come si vede, in nessuno di questi casi è stata sfruttata la debolezza del Napoli in ampiezza: è enorme, ma per sfruttarla bisogna essere veramente bravi. Sarri lo sa e sceglie dunque di lasciare sempre quella porta aperta, sapendo che gli avversari non riusciranno a passarci molto spesso in Serie A (in Europa è diverso: sia il Besiktas che il Benfica hanno segnato sfruttando quel difetto contro la difesa schierata).

Dei dieci gol elencati, solo il gol della Lazio ed il secondo della Juventus sono classificabili come “attacchi alla difesa schierata”, a prescindere dal fatto che anche in quei due casi ci siano stati errori individuali mostruosi (se Allan e Reina avessero fatto il proprio dovere, il gol non sarebbe arrivato). Negli altri 8 casi, si è trattato di palla persa, contropiede, calcio piazzato o tiro impossibile da lontanissimo.

Alcuni hanno anche ipotizzato che il Napoli, non avendo più Higuain (e poi neanche Milik), non metta altrettanta paura agli avversari che dunque attaccano di più ed hanno il baricentro più alto. La lista di gol però mostra che appunto gli attacchi a difesa schierata siano stati pochi e molti siano arrivati da errori, svirgolate e calci piazzati che non dipendono da avere Mertens, Marulla o Cristiano Ronaldo davanti.

I gol subiti quindi non stanno derivando da una peggiore applicazione della fase difensiva, come supposto da alcuni, ma soprattutto da un elevato numero di errori individuali. Aggiungo: il Napoli prende pochissimi tiri in porta, ma visto che commette tanti errori, spesso le poche occasioni che concede sono di facile conversione, infatti Reina è il portiere di Serie A con la percentuale di parate più bassa.

A cosa sono dovuti questi errori, se la fase difensiva nella sua globalità continua a funzionare? Un po’ come per Milik, la risposta “facile” che viene data è quella dell’infortunio di Albiol che avrebbe tolto certezze alla difesa. E’ di nuovo una semplificazione assurda, per diversi motivi:

  • Koulibaly, con Albiol in campo, non cercherebbe di dribblare Salah? Il Napoli in questi due anni ha subito diversi gol con palle perse dai difensori per la volontà di ripartire palla a terra. Le sciocchezze, come quelle di Koulibaly, sono inaccettabili chiunque sia in campo.
  • Con Albiol in campo, Ghoulam non svirgolerebbe un rinvio su azione di corner?
  • Con Albiol in campo diventa tollerabile una marcatura di Hysaj alle spalle di Dzeko o l’immobilismo delle marcature a zona di tanti, sui calci piazzati?

L’anno scorso alcuni dei miglioramenti di Albiol e Koulibaly erano spacciati come merito di Reina. Oggi non si dice più. Altri miglioramenti dei giocatori (non solo difensori, ma anche Jorginho ad esempio) erano attribuiti agli insegnamenti di Sarri, che evidentemente sono andati misteriosamente persi quest’anno. E’ curioso come si attribuiscano facilmente i meriti, per simpatia, ma non venga usato lo stesso metro per le colpe.

Più probabilmente è come dice Sarri stesso: la squadra è stanca mentalmente, anche a causa della Champions League. Il tecnico ha ripetutamente indicato che si tratti di un organico debolissimo di testa, anche mercoledì quando il Napoli ha giocato terribilmente con la Dynamo Kiev a causa (stando a lui) del pareggio fra Besiktas e Benfica.

Una squadra debole mentalmente commetterà degli errori di lucidità, di disattenzione, delle sciocchezze. Non basta il rientro di Albiol per sistemarle. Alcuni hanno già detto “è tornato Albiol e con la Dynamo non abbiamo subito gol”. Fosse così semplice. E’ vero, il gol non è arrivato, ma le sciocchezze sì:

  • Colpo di testa all’indietro di Hysaj in area piccola. Ha servito Derlis Gonzalez sui piedi. L’attaccante della Dynamo è stato così sorpreso dall’errore che non ha saputo cosa fare del pallone.
  • Uscita comoda di Reina, che poi ha perso da solo il pallone. Per fortuna non è carambolato dove non doveva o verso un avversario.
  • Retropassaggio errato di Hamsik, che ha lanciato verso la porta Junior Moraes, con Koulibaly (già ammonito) che ha dovuto buttarlo giù, rischiando un rosso che avrebbe meritato.

Questi errori avrebbero potuto portare a 3 gol subiti. E’ stata solo fortuna che non sia capitato, ma gli errori restano, come sarebbe rimasta la svirgolata di Ghoulam anche se Bonucci avesse calciato alto, nell’occasione del primo gol juventino.

Adesso le nuove certezze di Koulibaly verranno di nuovo attribuite ad Albiol, presumibilmente, cercando di abbinare il suo rientro al miglioramento del franco-senegalese, che però ha ripreso a giocare bene dalla trasferta con la Juventus, in realtà. C’è da aspettarselo, in ogni caso, perché certe forzature sono all’ordine del giorno.

 

Testa, testa, testa

 

La tenuta mentale della squadra è anche stata attribuita alla giovane età della rosa. Solo che la rosa non è così giovane come si crede: gli anni di media sono 26.4 ed è attorno alla media sia in Serie A che in Champions League. Per fare un paragone:

  • Atletico Madrid 27.2
  • Barcellona 27.2
  • Bayern Monaco 26.9
  • Real Madrid 26.7
  • Roma 26.7
  • Arsenal 26.5
  • Benfica 26.3
  • Paris Saint-Germain: 25.7
  • Borussia Dortmund 25.5
  • Bayer Leverkusen 25.1
  • Olympique Lione 24.5

Aggiungiamo che il più solido mentalmente sembra essere Amadou Diawara, classe ’97. Il fatto è che il carattere non si compra al supermercato e spesso è innato. Francesco Totti era un trascinatore anche a 20 anni, altri non lo saranno a 40. Al massimo, è proprio l’allenatore a dover infondere un certo tipo di convinzione ai propri giocatori. Nascondersi dietro l’anagrafe è solo l’ennesimo alibi, come quello della punta, sopra.

E’ però vero che il Napoli troppe volte pecchi in fiducia, come se non fosse sicuro dei propri mezzi, della propria forza e come se avesse poca personalità. Considerate questo: il 13 febbraio il Napoli è andato in trasferta a Torino con la Juventus ed ha perso 1-0, rinunciando al proprio gioco arrembante. Da allora, c’è stato un crollo verticale nelle prestazioni esterne (in casa invece tutto bene). La stagione scorsa si è chiusa con questi risultati fuori casa:

  • Vittorie contro Palermo 1-0 (su rigore) e Torino 2-1.
  • Pareggio contro la Fiorentina 1-1.
  • Sconfitte con Juventus 1-0, Udinese 3-1, Inter 2-0, Roma 1-0.

Quest’anno in campionato si è ripartiti in maniera simile, prima di Udine:

  • Vittorie contro Palermo 3-0 e Crotone 2-1.
  • Pareggio contro il Pescara 2-2 ed il Genoa 0-0.
  • Sconfitte contro Atalanta 1-0 e Juventus 2-1.

La vittoria con l’Udinese è la seconda (dopo quella col Torino) su un campo difficile ed ostico dal 3 febbraio (0-2 a Roma con la Lazio) ad oggi, in campionato (se volete includere la Champions League, potete includere Kiev). Bisogna davvero sperare che quella partita indichi un cambio di passo, altrimenti fra problemi di personalità fuori casa, dogmatismi tattici e difficoltà contro le difese a 3, il Napoli continuerà a procedere a strappi, fra partite eccezionali e periodi di vacche particolarmente magre e deludenti.

 

Sì, ma perché Manolo?

 

Per finire, comunque, andrebbe effettivamente fatta una domanda su Gabbiadini. E’ vero che i problemi non nascono principalmente dalla punta. E’ anche ridicolo pensare di avere 3 giocatori di alto livello per ogni ruolo. La rosa dovrebbe essere di 33 giocatori in questo caso e non è fattibile. Anche la Juventus, come mostrato in questi giorni, ha solo 3 punte per 2 ruoli (quindi uno dei due non ha una vera riserva), oppure il PSG non ha una riserva per Cavani.

Chiedere però 2 giocatori per ruolo è una cosa razionale, per il livello del Napoli. Allora perché gli azzurri hanno deciso di entrare nella stagione con Gabbiadini come riserva di Milik?

Sgomberiamo il campo da alcuni dubbi:

  • Manolo è rimasto come centravanti di riserva, non come alternativa tattica (che Sarri non ha). Sarri non lo schiera e non lo schiererà come punta esterna ed i suoi schemi non prevedono una seconda punta. Per lui è una punta centrale e basta. Lo ha impiegato solo così e solo così continuerà ad usarlo.
  • Tenere Manolo è stato un sacrificio economico, da parte della società. Alcuni dicono “non ha voluto spendere”. E’ una cosa insensata. Il Napoli avrebbe potuto pagare 2 milioni di penale e riprendersi Duvan Zapata, per poi cedere Gabbiadini all’Everton per una cifra fra i 20 ed i 25. Ergo: per tenere Gabbiadini (anziché Zapata), il Napoli ha perso soldi.
  • Il Napoli ha fatto di tutto per accontentare Sarri. Persino spendere 28 milioni (25+3 di bonus) per comprare il quarto difensore centrale. Maksimovic è dietro anche a Chiriches nelle gerarchie, come mostrato di recente (mercoledì è finito addirittura in tribuna, ed una volta ristabilito, il rumeno ha giocato regolarmente al posto di Albiol). Sarri però ha insistito tantissimo, anche a costo di far gonfiare il prezzo. La società a quel punto pur di accontentarlo ha tirato fuori soldi fuori mercato per un giocatore promettente ma che per ora è la riserva della riserva. Credete veramente che non l’avrebbe fatto per un attaccante centrale, se Sarri lo avesse voluto con altrettanta forza? Anche non volendo tirare fuori neanche 1 euro, si sarebbero potuti usare i soldi di Maksimovic stesso, o quelli dell’eventuale cessione di Gabbiadini. Secondo voi Preziosi ad agosto non avrebbe ceduto Pavoletti per 28 milioni? Evidentemente, hanno voluto tenere Gabbiadini, anche a costo di perderci soldi.
  • Sarri ha rifiutato tanti giocatori. Anche non volendo credere a De Laurentiis sul rifiuto di Aubameyang (Sarri stesso ha precisato che non l’abbia rifiutato, ma che “preferisse altri”), i rifiuti di Bacca ed Immobile sono piuttosto reiterati e documentati. Sono anche facili da spiegare: sono punte centrali che danno profondità, anziché partecipare alla manovra e sono quindi poco adatti alla filosofia di gioco di Sarri. Come detto prima, gli allenatori filosofi chiedono giocatori specifici ed adatti ai propri schemi. Prima la funzionalità e poi l’abilità (idealmente si prendono entrambe le cose, è chiaro). Bacca e Immobile non sono funzionali per Sarri e con loro molti altri.

Evidentemente Duvan Zapata stesso è stato ritenuto, al pari di Bacca e Immobile, inadatto al gioco del Napoli. I nomi che girano sono pochi, perché evidentemente sono pochi quelli che secondo Sarri vanno bene al suo gioco. Non si può pensare ad una punta forte e basta, ma la punta deve avere caratteristiche specifiche o l’allenatore la rigetterà.

L’ipotesi è che non potendo prendere a prezzo congruo gli unici giocatori apparentemente indicati (Icardi di sicuro, probabilmente Zaza, Pavoletti e Kalinic), Sarri abbia voluto trattenere Gabbiadini anziché prendere un altro come Manolo stesso, ma senza l’anno di “training” in squadra. Gabbiadini ha caratteristiche che potrebbero andare bene a Di Francesco (che cerca ossessivamente la profondità), ma non a Sarri, eppure a parità di caratteristiche non confacenti al gioco, Manolo aveva ed ha dalla sua il fatto di conoscere a menadito ogni movimento. Evidentemente non riesce a metterli in pratica. Di sicuro alla fine trattenerlo si è rivelato un errore, ma è l’unica spiegazione che riesco a darmi sul fatto che sia rimasto.

In questa visione del calcio, si spiega anche perché i nuovi spesso fatichino ad inserirsi o ci mettono mesi: anteponendo la propria rigida filosofia di gioco ai giocatori stessi, essi non entreranno in campo finché non avranno assimilato tutto alla perfezione e saranno messi ai margini se saranno giudicati indisciplinati tatticamente. Questo spiega perché ci siano voluti 2 mesi per vedere Diawara e siamo ad oltre 3 per vedere Rog o ci sia voluto l’infortunio contemporaneo di Albiol e Chiriches per far giocare Maksimovic (poi subito tornato 4° nelle gerarchie). L’inserimento di un nuovo acquisto con Sarri, a meno di necessità impellenti (vedi Milik) sarà sempre lento. Zielinski aveva giocato con lui ad Empoli ed è stato un’eccezione, ma per tutti gli altri avete sotto gli occhi la dimostrazione di come funzioni. Poi magari il “nuovo” può anche diventare titolare (come Diawara), ma inizialmente dovrà apprendere, assimilare e guardare da fuori.

Anche se a Napoli sta diventando progressivamente sempre più difficile discutere di Sarri, fra vere e proprie fazioni (i più fedeli ritengono che la semplice critica dell’allenatore squalifichi qualcuno dal tifare Napoli), appare evidente che ci siano aspetti da migliorare. Dell’elenco che segue, solo l’ultimo punto non dipende da Sarri. Gli altri sono a mio avviso delle sue mancanze che dovrà correggere il prima possibile se vuole che il Napoli riprenda ad esprimersi come nei momenti migliori della scorsa stagione.

  • Le prestazioni in trasferta.
  • Come si attaccano le difese a 3.
  • Eliminare gli errori individuali in difesa.
  • Concentrazione, fiducia nei propri mezzi e forza mentale della squadra, senza appigliarsi all’alibi dell’anagrafe.
  • Bisognerà anche sistemare qualcosa a gennaio, rinunciando a Gabbiadini e prendendo qualcuno. Ma nonostante tutto, questo punto è molto subordinato rispetto ai precedenti. Inserire una nuova punta in organico, anche forte come Higuain stesso, come avete visto prima non è assolutamente una garanzia. Il Napoli di Sarri ancora non ha dimostrato di saper giocare bene contro le difese a 3 o di essere solido fuori casa come al San Paolo.

Personalmente credo ancora che il Napoli possa raggiungere ottimi traguardi, ma spero che la smetta di nascondersi dietro ad alibi come la punta o l’età dei nuovi acquisti, perché come ampiamente dimostrato, i problemi che attanagliano attualmente gli azzurri esistevano già l’anno scorso e non sono stati risolti. Smettere di parlare di falsi problemi e focalizzarsi su quelli veri potrebbe essere un inizio. Così come potrebbe essere necessario un mea culpa di tecnico e giocatori qualora certi risultati non dovessero arrivare, anziché incolpare solo infortuni o altro, che come detto possono incidere, ma non nella misura di creare problemi che in realtà erano già ampiamente esistenti nel corso della scorsa stagione.

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7 Pensieri su &Idquo;Vita senza punta – Le vere difficoltà del Napoli

  1. Molto molto interessante. Riguardo alle tue conclusioni sulle difese a 3 però io distinguerei tra i gol segnati e le occasioni create. Perché se uno intoppa contro una difesa di solito crea poco, il gol invece è un episodio. Col Genoa (che è come abbiamo visto un cliente difficilissimo, specie in casa loro) abbiamo creato per 70, 75 minuti quasi 10 palle gol, compresi due rigori netti negati. Che non sia venuto il gol dipende da scarsa precisione, parate e traverse. La difficoltà contro la difesa a 3 non impica scarsa precisione in fase di realizzazione. Anche contro la Roma il problema non mi sembra sia dipeso dalla difesa degli avversari, quanto piuttosto dall’aver concesso molti spazi tra le linee (e da due stupidaggini difensive). Contro l’Atalanta effettivamente eravamo imballati e non abbiamo creato molto (si è visto successivamente comunque che anche l’atalanta non era proprio una squadretta di categoria infima), ma bisogna anche considerare che in alcuni casi gli impegni in campionato si alternavano con quelli di CL, e che una cosa è affrontare la difesa (che sia a 3 o a 4) della juventus, altra la difesa a 4 del crotone… Mi sembra insomma uno spunto interessante, ma aspetterei per parlare di smoking gun. Essenzialmente la mia impressione è che fatichiamo maledettamente a segnare contro difese serrate e quasi catenacciare, perché non abbiamo le classiche soluzioni fisiche (colpo di testa, gol di rapina, calci da fermo). La Lazio di fatto non ha mai provato ad uscire, il Genoa per 75 minuti ha solo alleggerito, l’Atalanta pressava a tutto campo con furia belluina (e noi eravamo reduci dal Benfica), la Juve anche ha giocato di rimessa e la Roma ha sfruttato i nostri errori difensivi. Parliamo di 5 partite nelle quali come qualità di gioco potevamo fare comunque molti più punti (Lazio, Genoa e Juve)…

    Come concordo che un po’ di flessibilità in più potrebbe aiutare a vincere alcune battaglie, rifiuto abbastanza l’idea che un modulo (difesa a 3) sia a priori una contromossa sempre efficace al nostro modo di giocare.

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    • Come detto anche nel pezzo successivo, l’Europa va considerata a parte per mille motivi (ci sono dinamiche, valori e stili diversi dalla Serie A).
      Il Sassuolo è la prima partita dell’anno in cui il Napoli ha affrontato una difesa a 4 ed ha fatto meno di 2 gol. Ti rendi conto di questo, vero? Si fanno le medie proprio per questo motivo. Altrimenti non sarebbero medie.

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